13 Quando la musica ha imparato a piangere
Dalla nitidezza della Scuola Romana di Palestrina alle "durezze e affetti" di Gesualdo da Venosa: come la musica ha iniziato a esprimere il dolore umano attraverso la dissonanza.
La Controriforma e l'intelligibilità del testo
In risposta alla Riforma luterana, il Concilio di Trento (1545-1563) stabilì nuove e rigide norme per la musica sacra, imponendo che le parole fossero chiaramente percepite da tutti (ut verba accipiantur) [1, 2]. Vennero aboliti i tropi, le sequenze e ogni riferimento a temi profani o "lascivi" all'interno della liturgia [3-5]. Questo sforzo mirava a restituire al canto la funzione di preghiera, evitando che la complessità polifonica oscurasse il significato dei testi sacri [6, 7].
Giovanni Pierluigi da Palestrina e la Scuola Romana
Il protagonista assoluto di questo rinnovamento fu Palestrina, considerato il fondatore della Scuola Romana [8, 9]. Con la Missa Papae Marcelli (1567), egli inaugurò uno stile polifonico estremamente nitido e luminoso, caratterizzato da un perfetto equilibrio tra le voci e da una gestione rigorosa delle dissonanze, che dovevano essere sempre preparate e risolte su tempi deboli [10-12]. La sua musica non era pensata per lo spettacolo, ma per solennizzare il ministero della messa [13, 14].
Luca Marenzio e l'arte del Madrigalismo
In ambito profano, Luca Marenzio divenne il principale ambasciatore del madrigale italiano in Europa [15, 16]. Egli perfezionò la tecnica del madrigalismo, ovvero l'uso della musica per descrivere visivamente o emotivamente il significato delle parole [17, 18]. Nel celebre Solo e pensoso, su testo di Petrarca, Marenzio utilizza scale cromatiche e arpeggi per evocare il cammino lento e il dolore del poeta, facendo sì che la musica superi la poesia stessa per forza espressiva [19-21].
Carlo Gesualdo: il dolore e la modernità della dissonanza
La figura più estrema e visionaria del tardo Cinquecento è Carlo Gesualdo da Venosa. Essendo un nobile ricchissimo, egli godeva di una libertà assoluta e stampava le proprie opere senza dover compiacere alcun committente [22, 23]. La sua musica è caratterizzata da "chiaroscuri" armonici e da un uso della dissonanza così violento da risultare ancora oggi sconcertante [24, 25]. Per Gesualdo, la musica non doveva essere solo perfetta, ma doveva trasmettere i sentimenti e il dolore dell'uomo; l'uso delle "durezze" armoniche serviva a rendere tangibile la sofferenza espressa dal testo, anticipando di secoli la sensibilità moderna [26-28].
